[Il 30 ottobre 1946 la prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione prosegue la discussione sui principî dei rapporti sociali (culturali).]

Il Presidente Tupini apre la discussione sul seguente nuovo articolo, sempre sul tema della scuola, facendo presente che la formula è dovuta unicamente al relatore onorevole Moro, in quanto sull'argomento è mancato l'accordo con il correlatore onorevole Marchesi:

«Nelle sue scuole di ogni ordine, escluso quello universitario, lo Stato assicura agli studenti che vogliano usufruirne, l'insegnamento religioso nella forma ricevuta dalla tradizione cattolica».

Marchesi, Relatore, premette che parlerà non per sostenere una causa che considera perduta, né per fare un'affermazione di carattere politico, ma solo per confermare una sua personale opinione che ha già esposto nella relazione e di cui desidera resti traccia nel verbale.

Osserva anzitutto che nessuno pensa che lo Stato sia un organo di verità ed uno strumento di nuove rivelazioni, né che possa, essere fonte di scienza o di morale. Lo Stato provvede solo ad organizzare l'istruzione, in modo che essa sia fonte di scienza e di morale, attraverso la libertà concessa alle indagini ed alle espressioni del pensiero. Rilevato, quindi, che in una parte della sua notevole relazione l'onorevole Moro sostiene che con l'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche lo Stato non assume alcuna responsabilità specifica, ma offre soltanto una opportunità, «in sede idonea», di completare l'istruzione e l'educazione del fanciullo con quell'insegnamento di verità religiose che sono ricche di suggestioni morali, esprime la sua maraviglia di fronte all'espressione «in sede idonea». Si domanda infatti come mai, essendoci la famiglia, che è la prima assidua scuola di fede e di pratica religiosa, una Chiesa potentemente organizzata in Italia e nel mondo, una molteplicità di ricreatori educativi e religiosi frequentatissimi e bene attrezzati, ed in fine una scuola cattolica privata, che è senz'altro — come deve essere — una scuola confessionale; come mai, essendoci tutto ciò, possa ritenersi sede idonea a completare l'istruzione del fanciullo con l'insegnamento di verità religiose quella scuola media dove si debbono insegnare altre verità, e dove l'istruzione religiosa può diventare, come diviene qualche volta, strumento fazioso di avversione politica. Non nega che l'insegnamento religioso possa fare del bene, anche a chi non crede, ma solo quando l'insegnante sia tale da far sentire la universalità del precetto evangelico; può fare del bene, come ogni insegnamento morale, quando venga da una esperienza intima e da una intima esigenza. Mentre per i cattolici non la coscienza umana, ma Dio è la norma suprema dell'opera dell'uomo, per molti del suo gruppo invece esiste una buona coscienza la quale, se anche non porta alla felicità celeste promessa dalla Chiesa, né alla felicità terrena che potrebbe risultare soltanto dal perfetto accordo e dalla perfetta armonia tra il proprio operato e la propria coscienza, può essere di guida e di stimolo per una ascensione spirituale.

All'argomentazione di parte democristiana che nei tempi attuali, in cui l'anima della gioventù è come travolta da un torrente di dissoluzione, non suona male nella scuola la parola di un insegnante di religione, il quale faccia sentire tra i comandamenti terreni un comandamento divino, obietta che questa voce è risuonata nella scuola media per circa venticinque anni e con quale risultato si può oggi vedere. Ricorda che Herbert Spencer diceva che anche agli agnostici più ostinati la simpatia impone il silenzio di fronte a coloro che nei patimenti, nei travagli della vita, traggono conforto dalla fede religiosa. Ma, a suo avviso, quella del silenzio sarebbe troppo scarsa offerta alla fede cattolica. Essa merita un'offerta migliore; ed augura che nella scuola l'opera dei cattolici sia feconda di bene, perché una morale, come quella del partito al quale appartiene, fondata sulla solidarietà sociale, non può essere in disaccordo con una morale predicata sinceramente in nome di Dio. I missionari che la Chiesa manderà nella scuola vi troveranno un fecondo terreno di bonifica, ma questa missione non dovrà essere affidata ad insegnanti di religione, bensì ai molti maestri cattolici delle scuole elementari, ai molti e valenti professori delle scuole medie e delle università.

Conclude assicurando che le sue parole contro l'insegnamento religioso nelle scuole non sono ispirate da nessuna avversità contro la religione.

Moro, Relatore, ricorda di aver proposto una formula che mutava in un punto sostanzialmente l'attuale disciplina dell'insegnamento religioso nelle scuole, rinunciando all'articolo inizialmente proposto nella sua relazione, nella speranza che ciò servisse a facilitare l'incontro tra le opposte tendenze. Ma poiché, allo stato delle cose, sembra che questa intesa non sia possibile, si riserva di presentare una formula più confacente al pensiero del suo gruppo ed all'attuale disciplina giuridica della materia.

Cevolotto, per mozione d'ordine, osserva che, ove si debba studiare un'altra formula, è inutile discutere su quella attuale.

Marchesi, Relatore, riaffermando di aver parlato in suo nome e di avere esposto la sua opinione personale, ricorda di aver detto all'onorevole Moro, in sede di consultazione, che riteneva più opportuno e più consentaneo a quel principio di libertà che nelle parole della democrazia cristiana torna insistentemente, rifarsi a quella forma di regolamentazione della materia, in vigore in Italia dal 1873 fino alla riforma Gentile, che faceva obbligo ai Comuni di impartire l'insegnamento religioso agli studenti i cui genitori ne facessero richiesta. Aveva inoltre aggiunto che, a suo avviso, la formula della legge Gentile era da ritenere lesiva e violentatrice della coscienza individuale, in quanto imponendo una richiesta di dispensa, implicava una dichiarazione di rinunzia esplicita e scritta: una confessione all'aperto. Ora, mentre nessuna famiglia professante cattolica si asterrebbe certamente dal far domanda d'insegnamento religioso, a meno che non lo ritenesse pernicioso agli effetti stessi della fede, non tutti i non professanti cattolici si adatterebbero a sottoscrivere una domanda di dispensa. Dichiara in proposito che egli stesso sarebbe esitante, perché una tale domanda potrebbe sembrare una dichiarazione di ateismo, che egli non si sentirebbe di sottoscrivere, se per ateismo si intende la sicura negazione di Dio.

Moro, Relatore, dichiara di essere partito dalla concezione dello Stato democratico, intendendolo soprattutto come Stato che riflette fedelmente gli indirizzi spirituali oltre che economici e politici della società.

Ritiene che un fatto incontestabile sia il diffuso sentimento religioso nell'ambito del popolo italiano, sentimento raccolto in un'unica professione religiosa, salvo esigue minoranze; condizione questa che rende nel nostro Paese particolarmente facile risolvere il problema del collegamento di una entità di così complessa natura, quale è la scuola, con le aspirazioni profonde di ordine religioso del popolo italiano. Tiene a precisare che nessuna diffidenza preconcetta, nessuna sfiducia vi è da parte sua e del suo gruppo nei confronti della scuola di Stato, proprio perché pensa che anche tale scuola debba riflettere le aspirazioni religiose e gli ideali della stragrande maggioranza del popolo italiano.

Secondo l'onorevole Marchesi, la scuola non sarebbe la sede idonea per l'insegnamento religioso. Dichiara di essere di avviso contrario, non per motivi polemici, ma per profonda convinzione; pur convenendo che l'insegnamento religioso, così come si è venuto impartendo negli ultimi anni tristi e caotici, non corrispondeva al pensiero ed alle aspirazioni di tutti, fa presente che altro sono le condizioni contingenti e altro è il ritenere in linea di principio che la scuola non sia la sede idonea per l'insegnamento religioso.

A suo avviso, nell'istituto della scuola deve essere stabilita non soltanto la possibilità ma la necessità, nel modo più largo, più libero, più umano, di un insegnamento religioso che, per essere veramente fecondo, deve andare di pari passo col progresso nell'ambito delle altre discipline del discente. Pur esistendo la potente organizzazione della Chiesa e gli oratori frequentati da numerosi giovani, non deve mancare proprio nella scuola, che è il punto centrale della formazione spirituale del giovane, una parola che richiami l'anima sua alla suprema ragione della vita. Mentre nell'oratorio il ragazzo è ancora soltanto se stesso, nella scuola egli comincia a sentirsi in qualche modo membro responsabile e cosciente di una società ed è consapevole, attraverso la preparazione scientifica che gli viene impartita, di assumere delle responsabilità nell'ambito della vita sociale. Ed è necessario in questo momento, allo scopo di raccogliere tutte le energie per la riedificazione morale della coscienza del nostro Paese, che nelle scuole si dica una parola la quale, non indirettamente come avviene in ogni insegnamento, ma direttamente, richiami alle supreme responsabilità dell'uomo.

Ritiene inoltre che lo Stato non assuma alcuna responsabilità diretta e specifica permettendo d'impartire l'insegnamento religioso, perché con ciò non fa altro che riconoscere la diffusa coscienza religiosa del popolo italiano e l'esigenza di completare in senso unitario, ed al vertice della piramide, il complesso delle attività di istruzione e di formazione dell'individuo.

Per tali considerazioni, con sicura coscienza di cittadino prima che di credente, insiste perché nella Costituzione sia inserita una dichiarazione che garantisca alle famiglie cristiane del popolo la possibilità che i loro figliuoli trovino, anche nell'ambito della scuola di Stato, adeguato insegnamento religioso per la formazione della loro personalità.

Cevolotto, poiché si deve assentare dalla seduta per motivi urgenti, prega la Sottocommissione di tener presente che egli intende votare contro le formule proposte dall'onorevole Moro, perché ritiene che la materia non debba far parte della Carta costituzionale, ma bensì dell'ordinamento scolastico, e che le sedi più adatte per l'insegnamento religioso siano la famiglia e la Chiesa e non la scuola.

Togliatti ritiene che sia inevitabile allargare il campo della discussione, anche se da ciò possa derivare un inasprimento della tensione tra le due parti contrapposte. Ricorda che, all'inizio del lavoro essendo stato stabilito di non inserire nel testo costituzionale argomenti ideologici, egli, criticando alcune affermazioni contenute nella prima formula di articolo proposta in tema di rapporti civili dall'onorevole La Pira, aveva detto di ritenere indegno di una persona religiosa chiedere che venissero affermati nel testo costituzionale principî riguardanti l'esistenza di Dio, in quanto chi crede in Dio non ha certamente bisogno di trovare gli argomenti della sua fede nella Carta costituzionale. A suo avviso, quindi, il tema religioso non interessa in sé, ma è la questione politica che deve essere presa in considerazione. In realtà oggi nelle scuole, quando s'insegna la religione, si fa della politica e per di più della politica diretta specificamente contro l'idea e la parte comunista.

A prova delle sue affermazioni, sottopone all'esame dei Commissari il libro di testo di religione del sacerdote Onofrio Di Francesco, edito a Torino, dalla Società Editrice Internazionale, nel 1945, IV edizione, intitolato Gesù Via e adottato, ad esempio, nelle scuole di Empoli. Tale libro, che è stato pubblicato in clima di libertà riconquistata, senza pressioni del governo fascista e che porta l'autorizzazione dell'autorità ecclesiastica, è un testo di propaganda politica contro il Partito comunista, che pure, nel clima attuale, è un partito legale, ufficialmente riconosciuto. Cita, ad esempio, la pagina 13, dove è raffigurato un ladro che svaligia una cassaforte dopo avere accoltellato una persona e che porta al collo un fazzoletto rosso; la pagina 30, nella quale si parla del peccato di divinazione e dove è raffigurata una donna in atto di profetare, pure con un fazzoletto rosso al collo; la pagina 29 dove un gruppo di persone che stanno uccidendo un sacerdote sono raffigurate, sempre col fazzoletto rosso, con una divisa che ricorda quella dei partigiani; la pagina 108, nella quale un ladro, col fazzoletto rosso, è raffigurato nell'atto di essere tradotto alle carceri da due carabinieri. Insomma, dovunque sia rappresentato un violatore della legge umana o morale, il colpevole porta il fazzoletto rosso al collo. A suo avviso, la giustificazione di tutto ciò si trova sia a pagina 47, dove sono raffigurati dei soldati che salutano fascisticamente la bandiera italiana, sia a pagina 117, dove si parla del decimo comandamento e dove è scritto: «Il socialismo e il comunismo vorrebbero spingere i poveri e gli umili proprio a questo peccato. Cominciano col toglier loro ogni fede in Dio e nella vita futura, riducendo tutta l'esistenza umana alla materia e al ventre. Poi passano ad insegnare che l'uomo non è che una macchina che produce e consuma. Padrone di queste macchine umane sarebbe lo Stato, o meglio i caporioni che esercitano l'autorità e la fanno da tiranni spietati e crudeli. La proprietà sarebbe una ingiustizia ed un furto: dovrebbe passare allo Stato, cioè ai capoccia amministratori dello Stato proletario, i quali poi se ne servirebbero per i loro comodi e per i loro stravizi, lasciando morire di miseria e di fame la povera gente. Chiunque si opponga a queste pazzesche pretese è un nemico che bisogna annientare con qualsiasi mezzo. Delitti, e brutalità di ogni genere, miseria e fame sono frutto dell'utopia comunista».

Di fianco a tale brano, come illustrazione, è stampata una vignetta raffigurante una desolata visione di case in fiamme e una misera donna, sempre con il fazzoletto rosso al collo.

Ora egli si chiede se questo sia quell'insegnamento religioso a cui con elevate parole si riferiva l'onorevole Marchesi, o non sia piuttosto meschina propaganda politica divulgata sotto l'immagine di Gesù.

Fa presente che molti concetti comunisti, cioè di quell'idea che il libro citato ha condannato, sono stati accolti dalla Sottocommissione e inseriti nella Carta costituzionale incontrando — come sul tema della proprietà — la incondizionata approvazione dei colleghi della democrazia cristiana.

Afferma che, di conseguenza, la posizione del Partito comunista non può che essere di assoluta negazione di fronte ad un insegnamento religioso che venga impartito nel modo che risulta da questo libro di testo ufficiale, cioè come insegnamento di anticomunismo.

Ritiene che sia possibile arrivare ad un dibattito che non apra una scissione profonda fra i due partiti contrastanti solo a condizione che, sotto il manto religioso o dietro una copertina su cui è l'immagine di Gesù Cristo, non si faccia passare la propaganda politica contro un partito o a favore, di un partito.

Dichiara che il suo gruppo assumerà una posizione di lotta aperta, se in luogo di concetti ed esposizioni spirituali da trattarsi con quell'altezza di espressione che ha poco fa usato l'onorevole Marchesi, si troverà di fronte ad uno sfruttamento, in forme abbastanza volgari, di posizioni ideali a scopo di lotta politica.

Desidererebbe poi una spiegazione molto chiara circa la condotta tenuta dal gruppo democratico cristiano in occasione della discussione di questo articolo.

Dichiara di aver assunto nel corso della discussione un determinato atteggiamento ritenendo il gruppo di articoli ora in esame, che è frutto di un accordo fra le due parti contrastanti, un tutto inscindibile di cui l'articolo proposto è una parte; e dichiara di considerare come una mancanza di sincerità o un eccesso di manovra la posizione assunta oggi dall'onorevole Moro e dai colleghi del suo gruppo, i quali, ottenuto lo scopo di veder approvato alla quasi unanimità un altro articolo del medesimo testo di compromesso su cui la parte che egli rappresenta aveva rinunciato ad alcune delle proprie aspirazioni, hanno abbandonato la formula della facoltatività dell'insegnamento religioso, contenuta nel testo concordato, per ritornare su quella opposta, da essi originariamente proposta, della facoltatività dell'esenzione dall'insegnamento.

Moro, Relatore, premesso che è lontano dall'intenzione sua e dei colleghi di gruppo sia di fare una manovra che di mancare di sincerità, ricorda che, dopo un primo colloquio con l'onorevole Marchesi — che può dargli atto di quanto afferma — in cui si esaminarono le rispettive posizioni da un punto di vista generale, preparò un testo in cui teneva conto, nella massima misura possibile, delle osservazioni fatte dall'onorevole Marchesi, al quale dichiarò, nel corso di un successivo colloquio, di riprendere una certa libertà d'azione su quei punti sui quali non si era potuto raggiungere un accordo, riservandosi anche di formulare un articolo che non era stato possibile concordare in quel momento, quando avesse chiarito quale posizione convenisse sostenere nell'interesse ed in rapporto alle posizioni ideologiche del suo partito.

Riconosce di non aver fatto un'esplicita riserva per un'eventuale modifica dell'articolo ora in esame, ma d'altra parte osserva che, a sue parere, non vi è tra l'articolo approvato ieri e quello in discussione oggi, un collegamento tale, per cui il voto dato nella seduta di ieri debba considerarsi condizionato alla discussione che si fa oggi.

Marchesi, Relatore, trova strana la rapidità con cui il collega Moro ha annunciato la ripresa della sua prima formula e l'abbandono della seconda, ancora prima che in seno alla Sottocommissione si fosse manifestato un proposito nettamente contrario all'articolo in discussione.

Dà atto all'onorevole Moro di quello che ha detto circa i colloqui intercorsi. Ricorda in proposito di avergli fatto notare durante l'amichevole conversazione avuta con lui che non poteva, per suo conto, recedere dai suoi pensieri per ciò che riguardava l'utilità e l'opportunità dall'insegnamento religioso nella scuola; ma che non impegnava con questo la decisione del proprio partito, non escludendo che i compagni del partito comunista potessero addivenire ad un concordato anche su questo punto; e di aver proposto al collega Moro, per cercare di favorire un accordo, di convertire la nuova formula fascista gentiliana, nella vecchia formula liberale, pur dichiarandogli che il suo voto sarebbe stato contrario.

Moro, Relatore, ricorda di aver fatto una riserva generica circa alcune modifiche eventuali da apportare alla fine della discussione.

Il Presidente Tupini aggiunge che, anche su sua domanda precisa, l'onorevole Moro ha dato la medesima risposta che ora ha ripetuto.

Togliatti, all'osservazione dell'onorevole Moro, il quale ha negato l'esistenza di connessione fra gli articoli già approvati e quello ora in esame, risponde che quella a cui l'onorevole Moro alludeva è una connessione tematica, mentre egli parlava di una connessione politica, per cui la posizione che si assume su una di queste questioni, ardenti sia per un partito che per l'altro, tende a coinvolgere la posizione su tutte le altre; connessione politica per cui, come l'accordo sulla affermazione dei diritti sociali faceva presumere che un accordo si sarebbe potuto avere anche sul problema della libertà della scuola, così, a sua volta, l'accordo sulla libertà della scuola, dove il suo partito ha ceduto di più, poteva far presumere il raggiungimento di ulteriori punti di accordo anche su altre questioni, su posizioni più vicine a quelle sostenute dal suo partito.

Moro, Relatore, a quanto ha già osservato, aggiunge di aver fatto solo una riserva generica che non avrebbe concretato se l'onorevole Cevolotto non lo avesse costretto a dire quello che egli non aveva intenzione di dire.

Il Presidente Tupini contesta, per ciò che si riferisce al libro di cui ha parlato l'onorevole Togliatti, che si tratti di un libro scolastico; se mai si potrà trattare di esempi di lezioni che l'autore propone per la scuola media. Inoltre fa presente che il permesso concesso dall'autorità ecclesiastica per la stampa di detto libro risale al 1941.

Togliatti dichiara che quel libro gli è stato spedito dai compagni di Empoli, i quali gli hanno assicurato che esso è usato come libro di testo nelle scuole medie.

Il Presidente Tupini ad ogni modo assicura l'onorevole Togliatti — che attraverso il suo discorso ha manifestato la sua preoccupazione di carattere politico, insistendo nel dire che l'insegnamento religioso, non deve essere insegnamento di un partito — che la democrazia cristiana, di cui fa parte, non è un partito confessionale, e che all'espressione «insegnamento religioso nella scuola» non deve affatto darsi l'interpretazione di «insegnamento del programma della democrazia cristiana».

Lucifero, a parte il fatto che, ammesso che il libro citato dall'onorevole Togliatti sia un cattivo testo, ciò non vuol dire che i principî ai quali esso si ispira debbano essere necessariamente cattivi, osserva che l'incidente testé esaurito non è interessante ai fini dell'approvazione o meno della norma da inserire nella Costituzione.

È invece grato all'onorevole Togliatti per l'impostazione veramente lineare ed onesta di un problema, la quale consente ad ognuno di discutere a viso aperto secondo le proprie ideologie e le proprie convinzioni. Allude all'eterna questione dei contrasti nello spirito della Costituzione, che finora è stato possibile soffocare in seno alla Sottocommissione, ma che — come aveva preveduto — si riaffacciano ad ogni svolta vitale in seguito alla determinazione di concezioni non conciliabili le quali, attraverso i compromessi, compromettono tutto e non risolvono nulla. Riconosce che la scissione profonda sulla questione ideologica e programmatica che si è riusciti malamente a soffocare nel campo dei rapporti materiali, economici e sociali, non consente elasticità di compromesso, quando si entra nel campo dello spirito.

Dichiara poi di essere pienamente d'accordo con l'onorevole Moro, in quanto ritiene — poiché la crisi che travaglia l'Italia è soprattutto crisi morale — che mai come oggi si debba curare la rieducazione morale del Paese, alla quale potrà portare notevole contributo l'insegnamento della religione.

Dichiara altresì di essere favorevole alla introduzione nella Carta costituzionale di un'affermazione di principio che non costituisce un obbligo, ma una facoltà di cui può usare chi vuole e non usare chi non vuole.

A parte il fatto che, secondo il punto di vista cattolico, l'educazione religiosa deve precedere quella umanistica e culturale, osserva che anche da un punto di vista pratico, l'esclusione della religione dalle materie di insegnamento nelle scuole di Stato, porterebbe necessariamente l'allontanamento di molti ragazzi di famiglie cattoliche da queste scuole ed il loro afflusso in quelle private nelle quali si pratica l'insegnamento religioso.

Aggiunge che lo Stato potrà vigilare per evitare quegli atteggiamenti tendenziosi di insegnanti e di testi, a cui ha fatto riferimento l'onorevole Togliatti.

Concludendo, dichiara di essere favorevole alla seconda formulazione proposta dall'onorevole Moro, la quale dà la possibilità ai genitori di chiedere che ai loro figli venga impartito l'insegnamento religioso.

Basso riassume le ragioni della sua contrarietà all'articolo in esame. In primo luogo non ritiene che sia un articolo di rilevanza costituzionale, bensì materia specifica della legge scolastica, per cui considererebbe un errore, anche da parte dei fautori dell'insegnamento religioso nelle scuole, l'inserirlo nella Costituzione.

Aggiunge che qualora i democristiani, approfittando di una maggioranza lieve e momentanea, volessero imporre una tale norma, che urta contro la coscienza degli uomini del suo partito, costringerebbero questi ultimi ad affrettare i tempi per giungere ad una frattura e ad un procedimento di modifica della Costituzione, che non investirebbe più soltanto l'argomento in esame ma anche altri su cui si è giunti a transazioni.

Altro motivo di contrarietà trova nel fatto che la religione non è materia d'insegnamento scolastico, ma è cosa che si sente e per il cui insegnamento ci vogliono ambienti diversi, come la famiglia e la Chiesa.

Disapprova quindi la norma anche da un punto di vista giuridico, in quanto, violando il principio dell'uguaglianza già affermato, fa un trattamento di favore alla religione cattolica nei confronti delle altre; a meno di insegnare nelle scuole tutte le religioni.

Osserva infine che, se la formula che lo Stato assicura l'insegnamento religioso nelle scuole viene messa in riferimento all'altra, già approvata, per la quale si può ottenere la parificazione agli istituti statali a parità di condizioni didattiche, se ne può trarre l'interpretazione ortodossa e capziosa, che per ottenere il riconoscimento di una qualsiasi scuola di nuova costituzione bisogna metterla in condizioni di parità didattica con le scuole statali e quindi bisogna introdurvi l'insegnamento religioso.

Mastrojanni esprime il suo compiacimento per il fatto che nella dotta discussione non si sia mai intaccato lo spirito della religione, e nessuno ne abbia sostenuto l'inutilità, o ne abbia misconosciuta la profonda essenza educativa; viceversa, girando l'ostacolo, si è affermata l'inopportunità dell'insegnamento religioso per altre ragioni.

All'onorevole Togliatti, che ha trattato delle finalità politiche che deve perseguire la Costituzione, osserva che se Aristotile ha definito l'uomo «animale politico», per significare che la tendenza politica è insita nella natura umana e non deriva da un insegnamento successivo, altrettanto può dirsi della necessità spirituale della religione; e la Costituzione quindi non può trascurarla.

A ciò aggiunge altro argomento: quello della coerenza con l'atteggiamento fin qui costantemente tenuto, in quanto che si sono voluti finalizzare ed improntare ad una genesi spirituale i concetti di libertà individuale; per la proprietà e per ogni altro concetto sociale, economico e politico, egualmente se ne è finalizzato il fondamento non attraverso un meccanismo puramente materialistico, ma attraverso concezioni teoriche di umana solidarietà.

Poiché l'unica Carta costituzionale immutabile e perpetua, non contrasta menomamente con alcuna ideologia, lo Stato non può prescindere dall'insegnamento religioso, che è bisogno spirituale di tutta l'umanità e anche i dissenzienti potrebbero, attraverso ad esso, essere ricondotti sulla strada della verità e della giustizia, che solo promana dalla religione.

Per queste ragioni è favorevole all'articolo formulato dall'onorevole Moro, né condivide le preoccupazioni dell'onorevole Togliatti, il quale contesta l'utilità dell'insegnamento religioso, basandosi sul fatto di un libro per l'insegnamento religioso compilato male e peggio orientato.

D'altra parte, osserva che l'insegnamento sarà sottoposto all'alta vigilanza dello Stato democratico, che non tollererà che un partito si serva della religione per avvantaggiare, con spirito di fazioso insegnamento, il partito stesso.

Tanto meno, poi, trova persuasivo l'argomento dell'onorevole Basso, che ha accennato ad una disparità di trattamento e alla necessità di uguale diritto alle altre religioni. Fa rilevare che in Italia il 99 % della popolazione è cattolica apostolica romana. Quella entità trascurabile che non trova possibilità d'insegnamento in sede scolastica, ha la più assoluta libertà d'azione, in altra sede, e non è escluso che possa anche ottenere nel nostro Stato democratico i mezzi per provvedervi, qualora ne faccia esplicita richiesta, e forse per interessamento della stessa organizzazione democratica cristiana, la quale non disconosce la libertà delle altre religioni, perché nessuna ne può temere.

Dossetti premette che prenderà in considerazione quasi esclusivamente le osservazioni dell'onorevole Togliatti, dalle quali è rimasto impressionato, come del resto un po' tutti, non tanto per la sostanza — trattandosi di argomenti di consistenza modestissima — quanto per l'impegno dialettico e la forza drammatica delle sue espressioni. Crede d'altra parte che lo stesso onorevole Togliatti non si sia nascosto che una questione di tale importanza non può ritenersi esaurita dalle sue osservazioni e che, una volta usciti dal pathos che egli ha creato e riacquistata la padronanza di se stessi, si avverte subito lo scarsissimo rilievo delle ragioni a cui si è appoggiato per sostenere la tesi negativa di fronte all'articolo proposto. Infatti i suoi argomenti non provano la pericolosità o la non necessità dell'insegnamento religioso, precisamente come non si potrebbe pensare di dimostrare che ci sia stato un abuso del sentimento religioso da parte di altri partiti, mediante certi manifesti elettorali che mostravano Cristo che dava pane alle turbe, oppure nel fatto che certi blocchi popolari nell'Italia Meridionale hanno assunto un simbolo religioso nella loro scheda di partito. Sono tutti abusi che sul momento possono creare una certa situazione di inferiorità nel contraddittore, ma che non superano l'essenza profonda della questione che si dibatte. È per queste premesse che invita a considerare con realismo più sereno il problema, che si è voluto drammatizzare.

All'accusa di mancanza di lealtà o addirittura di manovra, mossa dallo stesso onorevole Togliatti all'onorevole Moro, ha già risposto l'interessato; tuttavia desidera aggiungere che, con la semplicità con la quale si è sempre proceduto finora nelle discussioni, è accaduto anche all'onorevole Marchesi di ritornare, sia pure in una questione di minore importanza, ad un testo prima enunciato, né alcuno ha creduto di farne motivo di rilievo o argomento per rimettere in discussione le decisioni già prese.

Si domanda, quindi, che cosa ha inteso dire l'onorevole Togliatti, affermando una connessione non tematica ma politica tra l'articolo in esame e quelli già approvati, e se ha inteso o meno, alludere addirittura ad un condizionamento. In quest'ultimo caso si potrebbe obiettare che era già noto l'articolo proposto inizialmente dall'onorevole Moro, ed anche il successivo, e quindi era facile dedurne l'atteggiamento del gruppo democristiano.

Togliatti chiarisce che intendeva dire che su tale terreno non ci sono condizionamenti, ma interdipendenza.

Dossetti, pur convenendo sull'interdipendenza esistente sia tra gli articoli già approvati, sia tra questi e quello in esame, nonostante gli apprezzamenti e le accuse di compromesso dell'onorevole Lucifero, dichiara che agli articoli sinora deliberati, non ha inteso dare semplicemente un'approvazione di convenienza o di negoziazione, ma un'approvazione convinta. Vuole quindi pensare che come, senza riferirsi a nessun condizionamento o interdipendenza futura, i democristiani hanno espresso genuinamente il loro pensiero spontaneo e originale sulla materia economica e sociale, così pure l'onorevole Togliatti, riconoscendo nella precedente seduta la libertà della scuola, abbia effettivamente fatta un'affermazione che rispondeva ad un suo profondo convincimento. Peraltro, il problema va riguardato con questo animo e con maggiore serenità senza legarlo, con impacci e condizionamenti eccessivi, sia a quanto già si è deliberato, sia a quanto ci si propone di deliberare.

Prende infine lo spunto da un accenno dell'onorevole Togliatti ad un allargamento della questione, per riprendere quanto ha sostenuto brevemente nella riunione precedente che cioè la questione in esame è risolvibile isolatamente, ma richiede necessariamente una valutazione generale dei rapporti tra il fenomeno religioso e la vita sociale e politica dello Stato Italiano. Conclude facendo formale proposta di soprassedere all'attuale discussione, che potrebbe risultare oziosa, e di trattare dell'argomento in sede di esame del problema generale dei rapporti fra Stato e Chiesa, perché è precisamente in funzione dell'indirizzo che si seguirà in questo campo, e della qualificazione che si farà nello Stato italiano del fenomeno religioso e della situazione della Chiesa Cattolica che la questione di cui si dibatte potrà avere una soluzione piuttosto che un'altra, ovvero anche non ricevere nella Carta costituzionale nessuna soluzione specifica. Difatti, pur non approvando le considerazioni estrinseche e superficiali con le quali l'onorevole Basso ha giustificato la sua contrarietà all'articolo Moro, non esclude che si possa addivenire ad una tale sistemazione dei rapporti tra Chiesa e Stato, per cui la soluzione specifica del problema attuale nella Carta costituzionale possa divenire superflua, o non conveniente.

Togliatti concorda con le conclusioni dell'onorevole Dossetti.

La Pira rinuncia a confutare le dichiarazioni dell'onorevole Basso, in seguito alla proposta Dossetti, che ha un carattere pregiudiziale.

De Vita fa presente di essere contrario alla proposta Moro, ritenendo che ogni insegnamento dogmatico ostacoli il libero sviluppo del pensiero, dell'arte e della scienza, giusta la nota proposizione che «ove finisce il dogma comincia la ragione, e ove comincia la ragione finisce il dogma». A ciò va aggiunto che, comunque, non crede che l'insegnamento religioso rientri tra le funzioni dello Stato.

Il Presidente Tupini pone ai voti la proposta di rinvio dell'onorevole Dossetti.

Togliatti nel dichiarare che darà voto favorevole, raccomanda di sollecitare la presentazione della relazione sui rapporti fra lo Stato e la Chiesa.

Basso dichiara di votare a favore, anche per il fatto che in tema di libertà civili si è ugualmente rinviata la questione alla stessa sede. Con tale precedente si è già dimostrato di voler affrontare il problema dei rapporti tra Chiesa e Stato nella sua totalità.

Lucifero non vede come l'argomento interferisca con i rapporti tra Chiesa e Stato; esso riguarda, a suo avviso, soltanto quest'ultimo, che dovrà consentire, o meno, che una determinata materia formi oggetto di insegnamento nelle sue scuole. D'altra parte nota che le correnti più direttamente interessate sono d'accordo sul rinvio e perciò si astiene dal voto, anziché votare contro come sarebbe sua intenzione.

Mastrojanni dichiara di astenersi dalla votazione per le stesse ragioni esposte dall'onorevole Lucifero.

De Vita, essendo del parere che la questione si deve risolvere in questa sede, dichiara che voterà contro.

(La proposta di rinvio è approvata con 9 voti favorevoli, 2 astenuti ed 1 contrario).

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti